Non abbiamo inventato niente, neanche le vacanze/1

Le ferie, nel senso istituzionale del termine, furono decretate per volere di Augusto alla fine del I sec. a.C (vedi qui).

Ma le vacanze?

L’uso del viaggiare per conoscere luoghi e storia era ampiamente diffuso in età romana tra intellettuali, medici, funzionari di viaggio o comunque persone interessate alla cultura. Nel periodo di massimo splendore dell’impero romano, tra la fine del I sec. a.C. e il II sec. d.C., era consuetudine ad esempio, tra i giovani patrizi romani, una volta terminati gli studi, affrontare una sorta di Grand Tour dell’antichità, mirato a toccare tutte le tappe di quello che era già considerato il mondo antico: si visitava la Grecia, patria dei maggiori filosofi e poeti; Cnido, per ammirare la statua di Afrodite scolpita da Prassitele; le rovine di Troia, nei luoghi dove Roma ha le sue origini più antiche; e infine l’Egitto per visitare le piramidi. Infine si concludeva la vacanza con una bella crociera sul Nilo (che mica ce le siamo inventata noi) con tanto di soste ai principali monumenti lungo il fiume.

Attraversando tali paesi, il viaggiatore aveva la possibilità di comprare e portarsi a casa diversi souvenirs. Tra questi erano gettonatissimi la statuetta della dea Atena dalla Grecia o l’ampolla con l’acqua sacra del Nilo dall’Egitto. Ma solo previo consenso delle autorità doganali (anche questo esisteva già).

Questa tipologia di vacanza però non era certo rilassante, anzi spesso si era sottoposti a disagi e rischi.

In età imperiale la rete stradale romana raggiunse la sua massima estensione e di conseguenza aumentò il numero dei viaggiatori, soprattutto mercanti. Si viaggiava in una carrozza molto simile ai carri dei pionieri che vediamo nei film western, denominata carruca. Per i viaggiatori patrizi esistevano le “aree di sosta”, le tabernae o le mansiones, attrezzate in modo più o meno lussuoso per garantire il ristoro. Diversamente la carruca poteva essere dormitoria con copertura amovibile e ruote sterzanti, attrezzata con giacigli per i lunghi viaggi (Fonte Treccani). Di certo non era il massimo della comodità per i lunghi tragitti. Inoltre la lentezza dei mezzi di trasporto, e il rischio di essere attaccati dai briganti, riducevano di molto i “viaggi di piacere”.

Rilievo inglobato nella facciata della chiesa di Maria Saal a Klagenfurt (Austria), raffigurante una carrozza-letto trainata da cavalli.

Il Grand Tour dell’antichita poteva essere anche affrontato via mare. I Romani peró non si distinguevano certo per essere abili navigatori e preferivano avere la terra sotto i piedi. Il mare era un ambiente del quale non si fidavano. il viaggio via mare era meno faticoso e più rapido: ad esempio per raggiungere l’Egitto partendo dall’Italia erano necessari circa nove giorni in nave; via terra all’incirca due mesi. Ma il rischio di morire a causa di un nubifragio era una paura che da sempre terrorizzava i romani, inducendoli, quando possibile a scegliere il viaggio via terra.

A conti fatti un Grand Tour Grecia-Turchia-Egitto, nel migliore dei casi, poteva richiedere dai due ai cinque anni di viaggio.

Non lo definiremmo propriamente un viaggio di piacere.
(G.Cal.)

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