Vespasiano, un imperatore venuto dalla campagna

Come da ben 1946 anni, oggi, primo luglio, ricorre l’anniversario della proclamazione di Titus Flavius Vespasianus a imperatore di Roma, che governò nel decennio fra il 69 e il 79 d.C. col nome di Caesar Vespasianus Augustus. Fondatore della dinastia flavia, fu il quarto a salire al trono nel 69 d.C. (l’anno dei quattro imperatori) ponendo fine a un periodo d’instabilità seguito alla morte di Nerone.

Busto di Tito Flavio Vespasiano

Figlio di Tito Flavio Sabino e di Vespasia Polla, Tito Flavio Vespasiano, meglio conosciuto come Vespasiano, nacque in Sabina presso l’antico Vicus Phalacrinae, corrispondente all’odierna Cittareale, il 17 novembre 9. La sua famiglia aveva origini contadine e lui stesso aveva aspetto agreste, ma non si vergognò mai della sua estrazione ne tanto meno del suo soprannome «il mulattiere». Vespasiano era fiero dei suoi umili natali e rideva degli adulatori che volevano far discendere da Ercole. Educato in campagna, vicino al vicus di Cosa, sotto la guida della nonna paterna (chissà se anche lei avrà mai usato il battipanni o il cucchiaio di legno per farsi obbedire), all’età di ventisette anni (36-37 d.C.) sposò Flavia Domitilla da cui ebbe tre figli: Tito e Domiziano, in seguito imperatori, e Flavia Domitilla minore. La moglie e la figlia morirono entrambe prima che diventasse princeps. Tuttavia, Svetonio (Vita di Vespasiano, 3) racconta come dopo la morte della moglie Domitilla, Vespasiano non si perse certo d’animo, tanto da unirsi a Caenis, liberta di Antonia, madre dell’imperatore Claudio, che già prima aveva amata e che, quando divenne imperatore, egli considerò quasi come legittima moglie. Antonia Caenis, dapprima amante e poi concubina dopo la morte di Domitilla, ebbe una forte influenza su Vespasiano e accumulò ingenti fortune attraverso i doni offerti da coloro che tentavano così di guadagnare i favori dell’imperatore. Ma nonostante venisse considerata dall’imperatore alla stregua di una moglie legittima, Svetonio narra un episodio in cui Domiziano, il figlio secondogenito di Vespasiano, la trattò con disprezzo, porgendole la mano da baciare. Tra doveri e piacevoli distrazioni, Vespasiano ricoperse le più alte cariche sotto Caligola (fu edile e pretore) e Claudio (fu legato della legio II Augusta sul Reno e in Britannia, dove riportò notevoli vittorie); alla morte di Nerone (68 d.C.) si trovava invece in Giudea, col compito di reprimere la rivolta e sottomettere la regione. Nel 69 d.C. Vespasiano fu acclamato imperatore contro il regnante Vitellio dalle sue stesse legioni e nel dicembre dello stesso anno, anche se non era presente, il Senato ratificò la sua elezione, proclamando Vespasiano imperatore e console con il figlio Tito, mentre il secondogenito Domiziano veniva eletto pretore con potere consolare. Giunto a Roma nella primavera del 70 d.C., Vespasiano dedicò fin dall’inizio ogni sua energia a sanare i danni causati dalla guerra civile. Durante il suo regno, seguito al biennio 68-69, nel quale si erano succeduti sul trono di Roma ben cinque imperatori, Vespasiano riuscì a riportare nell’Impero l’equilibrio politico, economico e sociale, realizzando una revisione del catasto e prendendo provvedimenti in favore delle province. Restaurò la disciplina nell’esercito che sotto Vitellio era stata trascurata, e con la collaborazione del senato, riportò il governo e le finanze su solide basi. Senza nulla togliere ai nostri ultimi governi, chiese la riscossione delle imposte non pagate sotto Galba, introducendone poi di nuove e ancora più gravose; aumentò i tributi delle province, anche raddoppiandoli in alcuni casi; ebbe nel complesso un occhio attento sulle finanze pubbliche a causa dell’immensa povertà in cui versava sia il fiscus sia l’aerarium. Celebre è l’aneddoto secondo cui egli mise una tassa persino sugli orinatoi (gabinetti pubblici, che da allora vengono chiamati anche vespasiani). Rimproverato dal figlio Tito, che riteneva la cosa sconveniente, gli mise sotto il naso il primo danaro ricavato, chiedendogli se l’odore gli dava fastidio; e dopo che questi gli rispose di no, aggiunse pure «pecunia non olet» ovvero «il denaro non ha odore», quale che ne sia la provenienza. Attraverso l’esempio della sua semplicità di vita, mise alla berlina il lusso e la stravaganza dei nobili romani e iniziò sotto molti aspetti un marcato miglioramento del tono generale della società. Come censore (nel 73 d.C. ) riformò il Senato e l’ordine equestre, rimuovendone i membri inadatti e indegni e promuovendo uomini abili e onesti, sia tra gli Italici sia tra i provinciali (politici prendete esempio!!!). E poiché la lussuria e la libidine si erano largamente diffusi in questo periodo, decretò schiava la donna libera che si fosse concessa ad uno schiavo di altri; decretò che i crediti degli usurai non potessero essere riscossi presso i figli dei debitori; annullò le leggi di Nerone relative al tradimento coniugale; multò pesantemente coloro che sporcavano fuori dei contenitori di rifiuti posti agli angoli delle vie. Infine, emanò la Lex de imperio Vespasiani, per cui egli e gli imperatori successivi governeranno in base alla legittimazione giuridica e non in base a poteri divini come i Giulio-Claudii. Importanti furono anche i suoi interventi urbanistici nella città di Roma: ricostruì il tempio di Giove Capitolino, dando lui stesso una mano a rimuovere le macerie e trasportandole personalmente in spalla; in questa circostanza fece ricostruire le tremila tavole di bronzo distrutte dall’incendio, nelle quali erano documenti antichissimi e di grande importanza; iniziò la costruzione di un nuovo foro, il terzo dopo quelli di Cesare e Augusto, con annesso un tempio dedicato alla Pace, decorato con le statue raccolte da Nerone in Grecia e in Asia Minore, antichi capolavori di pittura e di scultura, oltre che con la suppellettile d’oro presa nel tempio dei Giudei; portò a termine sul Celio il tempio del Divo Claudio, iniziato da Agrippina ma quasi interamente distrutto da Nerone; dispose la costruzione con relativa tassazione di numerosi orinatoi, i c.d. “vespasiani”; realizzò, infine, un monumentale anfiteatro, il Colosseo, simbolo ancora oggi dell’antica Roma. Vespasiano fu anche un profondo amante della cultura, favorendo gli ingegni e le arti. Egli fu, infatti, il primo imperatore a stanziare una somma di centomila sesterzi all’anno a favore di retori greci e latini. Versò numerosi congiaria ai poeti più importanti, ai migliori artigiani, come quello che restaurò la Venere di Coo e il Colosso di Nerone. E durante il suo regno fu scritta la grande opera di Plinio il Vecchio, Naturalis historia, dedicata a suo figlio Tito. Dotato di una spiccata ironia, Vespasiano fu capace di scherzare anche nei suoi ultimi momenti di vita. Ad aggravare il suo stato di salute sembra sia stata un’indigestione causata da una quantità eccessiva di acqua ghiacciata. Sentendosi morire per un improvviso attacco di dissenteria, sembra abbia esclamato: «un imperatore deve morire in piedi». E mentre tentava di alzarsi, spirò tra le braccia di chi lo stava aiutando, il 23 giugno del 79, all’età di sessantanove anni. Morì nella sua villa presso le terme di Cotilia, in provincia di Rieti, dove ogni anno era solito trascorrere la bella stagione. Verrà divinizzato, in seguito, dal figlio primogenito Tito, rimasto unico imperatore. Lo storico Tacito (Annales, III, 55.4) di Vespasiano scrisse: «[…] era dotato di tali severi costumi, da esserne considerato l’iniziatore, egli stesso uomo per educazione e per modo di vivere simile agli antichi». Svetonio (Vita di Vespasiano, 8) lo descrive come un uomo giusto, onesto, molto legato alle sue origini familiari, con il solo difetto di essere avido di denaro: «[…] durante tutto il periodo in cui fu imperatore, dedicò il suo tempo, per prima cosa, a rinforzare la res publica indebolita e che vacillava, per poi migliorarla». Tuttavia, l’avarizia con cui l’autore latino rimprovera Vespasiano, sembra essere stata in realtà una illuminata economia, che, nello stato disordinato delle finanze di Roma, era una necessità assoluta. Sempre Svetonio (Vita di Vespasiano, 2) ricorda come Vespasiano fosse molto legato alla nonna paterna, al punto che spesso faceva ritorno alla villa dove era cresciuto nei pressi di Cosa: «Aveva una tale venerazione per la memoria della nonna che durante le festività romane continuò sempre a bere nel suo piccolo bicchiere d’argento». Aggiunge ancora Svetonio (Vita di Vespasiano, 12, 14-15, 20-22): «[…] dall’inizio del suo principato fino alla morte, fu clemente e si comportò come un normale cittadino privato; non cercando mai di nascondere le proprie mediocri origini, né quelle della sua passata condizione, al contrario se ne vantò spesso. […] Era poi di corporatura tarchiata, con le membra robuste e ferme, il volto quasi contratto in uno sforzo. […] Non sono ricordati [di Vespasiano] né inimicizie né offese, per nulla portato a vendicarsene, fece maritare in modo splendido la figlia del suo nemico Vitellio, donandole una dote ed arredandole la casa. […] Egli fu tanto lontano dal lasciarsi spingere a rovinare qualcuno per il solo sospetto o la paura. […] Vespasiano non si rallegrò mai per l’uccisione di alcuno, al contrario pianse e si lamentò per le giuste condanne. […] Tutto sommato godette di buona salute, accontentandosi di mantenerla con massaggi regolari a tutto il corpo, stando a digiuno un giorno al mese. Era poi sua abitudine svegliarsi molto presto, leggere lettere e rapporti di tutti i suoi funzionari, ricevere amici, vestirsi da solo, fare una passeggiata in lettiga, riposare con una delle tante concubine, che dopo la morte di Caenis, ne avevano preso il posto. […] Durante la cena, come in ogni altra occasione, era molto socievole ed aveva spesso battute molto spiritose, anche se scurrili e volgari, utilizzando anche parole oscene». Sembra che Vespasiano non fosse un eccellente soldato, come il figlio Tito, ma dimostrò forza di carattere e abilità, ebbe un continuo desiderio di stabilire ordine e sicurezza sociale per i suoi sudditi. Fu puntuale e regolare nelle sue abitudini, occupandosi dei suoi uffici la mattina di buon’ora e godendosi poi il riposo. Temprato dal rigore dei legionari, di fatto non fu incline ad alcuna forma di vizio. Forse non ebbe le caratteristiche attese di un imperatore della precedente dinastia giulio-claudia, ma fu apprezzato da tutti, sia dalla plebe sia dal patriziato senatorio. Vespasiano fu dunque il fautore di una rinascita economica e sociale in tutto l’Impero che godette, grazie al suo governo, di una pax rimasta proverbiale. Di fatto per questo fu uno degli imperatori più amati della storia romana.

S. Landriscina

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