Pompei. Il mosaico “Cave Canem” della domus del Poeta Tragico

Uno dei cani più famosi al mondo rischiava di far perdere le proprie tracce per colpa del degrado e dell’incuria. Per fortuna, grazie ad un recente restauro che ha fatto riemergere la celebre scritta “Cave Canem” (Attenti al cane) e ad un nuovo allestimento in vetro che lo protegge ma al tempo stesso non lo nasconde, il cane che sorveglia la domus del Poeta Tragico di Pompei torna a far paura e a mettere in guardia i numerosi visitatori che entrano nella sua dimora (figg. 1a, 1b).

L’intervento, funzionale ad una migliore conservazione e fruizione del prezioso mosaico, permette anche un pieno godimento della domus stessa; è ora, infatti, possibile osservare appieno l’allineamento ingresso-atrio-tablino-peristilio con larario, caratteristico delle abitazioni pompeiane.

Dopo anni di polemiche e di dubbi sulla corretta gestione della salvaguardia di uno dei siti archeologici più importanti al mondo, qualcosa sembra dunque cambiare. Un piccolo passo avanti, che ha portato non solo al restauro del famoso mosaico, ma anche alla pulitura degli affreschi che abbelliscono l’ingresso della Casa del Poeta Tragico (Regio VI, Insula 8, 3-5). Fatto ancora più interessante, le operazioni di restauro sono state eseguite tenendo conto delle esigenze di fruizione del bene, per cui la casa non è mai stata chiusa al pubblico e il mosaico è stato schermato per soli cinque giorni.

Fig. 1a. Pompei. Il celebre mosaico con la scritta CAVE.C AN EM visibile sul pavimento d’ingresso della Casa del Poeta Tragico, prima dei lavori di restauro.

Fig. 1b. Pompei. Particolare del mosaico con la scritta CAVE.C AN EM dopo i lavori di restauro.

Situata lungo via delle Terme, nell’area tra Porta Ercolano e il Foro, questa abitazione (portata alla luce nel 1824) è celebre per la ricchissima decorazione pittorica pertinente all’ultimo periodo dell’arte pompeiana. La domus (come spiegato nel video) deve il suo nome ad uno splendido emblema (riquadro) a mosaico raffigurante la prova teatrale di un coro satiresco (fig. 2), ossia il dietro le quinte di un teatro poco prima dello spettacolo, con alcune maschere poggiate per terra e degli attori che si preparano all’imminente rappresentazione; uno di loro si sta vestendo. C’è anche un maestro del coro con la barba bianca e un musico che prova un doppio flauto. La scena, realizzata con tessere finissime, era situata sul pavimento del tablinum, la stanza posta fra l’atrio e il peristilio, e oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli insieme alla scena pittorica con Admeto e Alcesti e ad altri episodi del ciclo iliaco (fig. 3): rimangono in situ solo quelle dell’oecus (ambiente di soggiorno) raffiguranti Arianna abbandonata da Teseo ed un nido di amorini. Come nell’uso del tempo, la casa era riccamente affrescata, ma negli ultimi tempi le uniche e meravigliose raffigurazioni a soggetto mitologico rischiavano di scomparire a causa dell’incuria e dell’invasività degli agenti atmosferici, per questo sono state quasi tutte trasferite nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN), uno dei più importanti musei al mondo in particolare per la storia di epoca romana.

Fig. 2. Pompei, Casa del Poeta Tragico. Mosaico raffigurante una scena teatrale situato sul pavimento del tablino e oggi conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Fig. 3. Pompei, Casa del Poeta Tragico. Admeto e Alcesti: affresco del I secolo d.C. ora conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Sebbene di modeste dimensioni rispetto ad altre grandiose abitazioni, la domus di Publio Aninio rappresenta una tipica casa pompeiana ‘ad atrio’ e peristilio. La notorietà di questa dimora è dovuta in buona parte allo scrittore E. Bulwer-Lytton che nel 1834 ne fece l’abitazione di Glauco, protagonista del romanzo di grande successo The Last Days of Pompeii. La ricostruzione dell’autore si fondava su una delle prime guide turistiche illustrate di Pompei, edita a Londra nel 1832 ad opera di W. Gell (W. Gell, Pompeiana, London 1832).

L’ingresso dell’abitazione si apre tra due tabernae comunicanti con il vestibolo (figg. 4a, 4b), in cui è il famoso mosaico con un cane alla catena accompagnato dalla celebre scritta CAVE CANEM, tipico di molte abitazioni pompeiane. Nell’antichità era consueto raffigurare il miglior amico dell’uomo sia nei mosaici pavimentali, come nella casa del Poeta Tragico ed in quella del banchiere L. Caecilius Iucundus (Regio V, Insula 1, 26), sia dipingerlo sulle pareti, come Petronio racconta di aver visto fare nella casa del vecchio Trimalcione. L’uso di tenere effettivamente un cane all’ingresso è dimostrato finanche dal calco in gesso di un povero animale, vittima dell’eruzione (fig. 5).

Fig. 4a. Pompei. Ingresso della Casa del Poeta Tragico.

Fig. 4b – Pompei. Casa del Poeta Tragico. Ricostruzione della facciata dell’abitazione.

Fig. 5. Pompei. Calco in gesso realizzato su uno scheletro di cane durante lo scavo della Casa di Orfeo nell’Ottocento. Il cane conserva il collare con il quale era legato ad una catena, che gli impedì la fuga durante l’eruzione del 79 d.C.

L’atrio, con il classico impluvium in marmo, era decorato con grandi pitture parietali a soggetto mitologico, tra cui Zeus ed Hera, Achille e Briseide, di particolare pregio compositivo (figg. 6-8). Intorno si disponevano i cubicula (le stanze da letto) e le alae (ambienti aperti posti simmetricamente sul fondo dell’atrio), anche essi ben decorati.

Fig. 6. Pompei. Atrio della Casa della Poeta Tragico visto dal tablinum con impluvium e pozzo; la vera del pozzo in marmo bianco presenta delle scanalature esterne.

Fig. 7. Pompei. Ricostruzione dell’atrio della Casa del Poeta Tragico visto dall’ingresso.

Fig. 8. Pompei. Affresco delle Nozze di Era e Zeus sul monte Ida situato originariamente nell’atrio della Casa del Poeta Tragico e oggi conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

ll peristilio (il giardino interno) è circondato su tre lati da un piccolo ed elegante colonnato, ove era un’altra celebre pittura, quella raffigurante il sacrificio di Ifigenia – derivata da un quadro del pittore Timante di Citno, vissuto nel V-IV secolo a.C. – e, sul fondo, un larario ossia un tempietto dedicato ai Lari, i protettori della famiglia (fig. 9).

Sul portico si apre un oecus, da cui si accede in tre ambienti, le camere dove dormivano i padroni, la cucina e il famoso triclinium, la sala da pranzo, dove è ancora possibile ammirare gli affreschi di Arianna abbandonata da Teseo nell’isola di Nasso e quello della dea Venere che osserva un nido di Amorini.

Fig. 9. Pompei. Affresco raffigurante il Sacrificio di Ifigenia, ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Ifigenia, figlia di Agamennone, viene portata di peso da Ulisse e Diomede al sacerdote Calcante, pronto a sacrificarla ad Artemide, il cui simulacro è a sinistra sulla colonna. Agamennone, completamente avvolto nel suo mantello, impotente di cambiare il volere degli dei, è racchiuso nel suo dolore. Intanto ecco arrivare dall’alto la dea Diana che salverà Ifigenia sostituendola con una cerva.

Come già asserito, diversamente dagli affreschi sopraindicati, il mosaico con il cane alla catena non costituisce affatto una novità o rarità, come si potrebbe pensare, ma risponde ad una prassi che si ritrova in diverse altre case di facoltosi romani della stessa città vesuviana: uno analogo è stato rinvenuto nella Casa di Paquio Proculo (Regio I, Insula 7, 1) e in quella di Orfeo (Regio VI, Insula 14, 20), ora conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (figg. 10-11). La peculiarità del mosaico appena tornato al suo splendore originario è la presenza del motto “Cave canem”, divenuto proverbiale. L’avvertimento è ricordato anche nelle fonti letterarie, come nel divertente episodio del Satyricon di Petronio, in cui Encolpio, il protagonista, viene spaventato a morte dal grande cane legato alla catena (Ad sinistram enim intrantibus non longe ab ostiarii cella canis ingens, catena vinctus, in pariete erat pictus, superque quadrata littera scriptum “cave canem”), dipinto nella domus del liberto Trimalcione. Tanto è il realismo del manufatto che il povero Encolpio, già a bocca aperta per tutte le meraviglie della stupefacente domus, lo prende per vero ed atterrito cade a terra, rischiando di spezzarsi l’osso del collo tra le crasse risate degli amici ivi presenti (Et collegae quidem mei riserunt).

Fig. 10. Pompei. Particolare del mosaico pavimentale, privo di iscrizione, visibile all’ingresso della Casa di Paquio Proculo, in cui il cane è rappresentato legato presso una porta semi aperta.

Fig. 11. Pompei. Mosaico pavimentale raffigurante un cane rinvenuto nel 1875 nella Casa di Orfeo e ora conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Con il ritorno del famoso mosaico alle sue antiche fattezze, sembra che l’attività di tutela dell’immenso patrimonio storico e artistico della città vesuviana sia finalmente incominciata. Pompei per anni è stata l’immagine perfetta del nostro Paese. Un patrimonio straordinario, amato, celebrato e invidiato da tutto il mondo, ma per decenni lasciato in stato di progressivo abbandono e disinteresse. Solo due anni fa, il sito archeologico era in condizioni pessime, con mosaici cancellati dal tempo, pitture nascoste dalle muffe e giardini devastati dalle erbacce, senza contare gli stucchi caduti dalle pareti e le numerose case in pericolo di crollo. Finanche il simbolo della città, il mosaico del Cave Canem, era ormai quasi scomparso. Le lettere erano illeggibili e molte parti dell’opera rischiavano di andare irrimediabilmente perse.

Il sito archeologico di Pompei ha rischiato di finire nella lista dei luoghi “danger” dell’Unesco per l’incapacità dell’Italia di garantire la conservazione degli scavi. Poi c’è stata una lenta ma autentica inversione di rotta. La nomina di un nuovo soprintendente, Massimo Osanna, proveniente dal mondo universitario, a dimostrazione di quanto sarebbe necessaria e proficua una più stretta collaborazione tra Università e Soprintendenze. La designazione del generale Giovanni Nistri a direttore del “Grande Progetto Pompei“, volto alla riqualificazione del sito archeologico. L’attuazione del Piano di Gestione denominato Unità “Grande Pompei” (UGP), per il rilancio economico-sociale e la riqualificazione ambientale, urbanistica e turistica dei comuni interessati dal piano di gestione del sito Unesco «Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata».

Il sistema ha ripreso a lavorare, il tutto mentre il sito archeologico funzionava normalmente, senza mai chiuderlo a causa dei lavori in corso. E i risultati sono cominciati ad arrivare: riaperture di domus, restauro di affreschi e mosaici, allestimento di mostre di grande valore culturale (Mostra “Pompei e l’Europa. 1748-1943”, Mostra sugli affreschi ritrovati a Murecine dal 1999 al 2002), l’avvio di nuovi progetti di ricerca (Progetto “Pompei per Tutti”: i lavori in corso raccontati al pubblico). Sono stati persino restituiti al pubblico, dopo anni di lavori, la Basilica degli scavi di Pompei e la Palestra Grande, e presentato il programma “Pompei, un’emozione notturna” che prevede passeggiate serali e incontri letterari nell’area archeologica. Tutto bene dunque? Chiaramente no! Condividendo il pensiero di Giuliano Volpe (espresso nel presente articolo), il vero obiettivo per far fronte all’emergenza Pompei e al suo rilancio dovrebbe essere quello di uscire definitivamente dalla logica dell’emergenza e della straordinarietà e passare a quello della manutenzione programmata: l’unica vera rivoluzione di cui Pompei e il nostro Paese ha realmente bisogno! A Pompei è necessario mettere in discussione strutture organizzative ormai vetuste; migliorare la comunicazione con un uso intelligente delle tecnologie; impiegare figure nuove al servizio del sito e del vasto pubblico di visitatori; assumere giovani, ben formati, competenti, capaci di operare in maniera corretta, e non ricorrere ai volontari della cultura senza alcuna formazione universitaria! Il nostro patrimonio richiede esperti, restauratori, studiosi e promotori che sappiano curarlo e rilanciarlo, ma soprattutto servono finanziamenti per avviare tutta una serie di provvedimenti di manutenzione e promozione. L’organizzazione di assemblee sindacali a sorpresa che impediscono l’apertura dei cancelli agli scavi archeologici, con il risultato di lasciare per ore migliaia di turisti in fila sotto il sole, l’assenza di addetti per malattia o per ferie, è un danno inestimabile che rischia di vanificare quei risultati straordinari raggiunti nell’ultimo anno e che hanno rilanciato l’immagine di Pompei nel mondo. E siamo d’accordo con il Ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini nell’affermare che «Chi fa così fa solo del male al proprio Paese».

S. Landriscina

Un’istantanea vecchia quasi duemila anni.

Oggi, 24 agosto, ricorre l’anniversario del più terribile evento naturale documentato della storia antica: l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Recentemente sembra che la stagione dell’eruzione sia errata e sia da spostare in autunno in base ad una serie di scoperte e approfondimenti recenti (come spiegato in questo video da Alberto Angela). In ogni caso, mese più, mese meno, sono sempre trascorsi quasi due millenni.

La magnificenza dell’orrore generato da tale evento ancora oggi affascina il mondo intero. Grande cordoglio per i cittadini di Pompei, Ercolano, Stabiae, Olplontis e Boscoverde e tutto l’hinterland vesuviano (una prece), ma senza questo terribile evento, oggi probabilmente ne sapremmo molto meno sulla vita quotidiana, usi e costumi degli antichi romani.

“Vesuvius 79 AD eruption Latina” di MapMaster – Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Si, perché la fortuna di tale evento è quello di aver sigillato un istante di una giornata qualunque di comuni centri urbani dominati dalla Roma imperiale, all’apice del suo splendore. Tale evento è unico al mondo e la curiosità attira ogni anno decine di migliaia di turisti. Una delle attrattive principali, inusuale in qualsiasi sito archeologico, sono certamente le centinaia di calchi degli individui e degli animali defunti, realizzati colando del gesso nelle cavità lasciate dai corpi decomposti sotto gli strati di crosta e cenere indurita.

 

 

Tali calchi sono un ulteriore fermo immagine degli ultimi istanti di vita dei cittadini, quasi tutti deceduti in seguito alle emissioni di gas nocivi che l’eruzione ha disperso nell’aria, i cui corpi furono poi ricoperti dalla lava incandescente. Le espressioni dei volti, o la posizione rannicchiata dei corpi trasmettono la sensazione di orrore e paura che precedettero il decesso. Questa tecnica viene utilizzata solo a Pompei, mentre ad Ercolano, a causa della diversa natura del materiale che ricoprì la città, è possibile solo il recupero dei resti ossei.

POMPEIcampania

Calco in gesso di un cane rinvenuto nella Casa di Orfeo, Pompei, 79 dC. © Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei (dalla mostra “Life and death in Pompeii and Herculaneum” al British Museum di Londra, 2013).

Una ulteriore fortuna per gli studiosi, è stata anche quella del racconto minuzioso che Plinio il Giovane rimasto a Miseno, superstite casuale e testimone oculare di tale evento, trasmette allo storico Tacito in due lettere (qui la prima e qui la seconda, per chi abbia voglia di leggerle).

La storia degli scavi di Pompei, Ercolano, Stabiae ed Oplontis, prende avvio alla fine del ‘700: si trattò di indagini molto travagliate, confuse e per nulla sistematiche. In tale periodo storico si prediligeva il recupero dell’oggetto prezioso, piuttosto che lo studio del contesto urbano. Quindi statue, monete, oggetti preziosi di qualunque tipologia finivano per arricchire le collezioni private.

Ad oggi, nonostante negli ultimi anni siano state condotte indagini archeologiche scientifiche e sistematiche, nonostante la grande notorietà del sito, sia a livello scientifico che turistico, è ben noto quali siano le tristi condizioni di “salute” di Pompei (sulle quali evitiamo di soffermarci ma rimandiamo volentieri a questo link).

C’è ancora molto da scoprire, sia a Pompei che ad Ercolano: qui sono stati riportati alla luce solamente quattro dei venti ettari totali sui quali si estendeva la città. Stessa cosa per Stabiae, la quale, al contrario delle grandi città di Ercolano e Pompei, era un piccolo centro turistico, dove numerose erano le lussuose ville realizzate, decorate e arredate con oggetti di grande valore. L’area archeologica di Oplontis è situata al centro della città moderna di Torre Annunziata.

Tra le risorse on-line, segnaliamo il sito web del MAV (Museo Archeologico Virtuale) nei pressi di Ercolano, che si avvale delle ultime tecnologie digitali per le fedeli ricostruzioni in 3D che consentono di scoprire le realtà storiche prima e durante l’eruzione del Vesuvio. Interessanti sono anche le inziative della Fondazione RAS (Restoring Ancient Stabiae), creata a Washington, in un progetto di cooperazione con l’Italia, per la realizzazione di un parco archeologico sul sito dell’antica Stabia. Per Pompei invece, segnaliamo un’ottima app audioguida per iPhone e Android (purtroppo a pagamento, ma garantiamo che ne vale la pena) “Pompei – Un giorno nel passato“, notevole perchè utilizzabile anche off-line (quindi comodamente da casa).

Vasta anche la produzione video sulla violenza della devastazione del vulcano, con ricostruzioni più o meno ben fatte (su Youtube ce n’è a sufficienza da restare davanti allo schermo per un giorno intero, ma anche due).
Segnaliamo (giusto per dovere) un movie del 2014, produzione USA. Gli americani, campioni di finzioni cinematografiche, non potevano lasciarsi sfuggire l’occasione di ricostruire un evento realmente accaduto, senza dimenticarsi di inserire la storiella amorosa consumata sotto una pioggia di lapilli, cenere e tra gli edifici in fiamme (perchè l’amore vince su tutto, anche sul vulcano). Il filmone, intitolato Pompei e diretto da Paul W.S. Anderson, da recensioni americane, ma anche italiane, è stato un grande e glorioso pasticcio. De gustibus.

In ultimo, un video in 3d che mostra le fasi di quel fatidico 24 agosto del 79 d.C.


(G. Cal.)