Pompei prima di Pompei

Pompei prima di Pompei. Ci avete mai pensato?

Il sito di età romana è talmente famoso per la sua unicità e modalità di conservazione, che difficilmente ci si sofferma a pensare alle dinamiche che hanno interessato il territorio, quali le influenze e i contatti con le altre civiltà del Mediterraneo, come si è sviluppata la rete sociale e di traffici commerciali che ha poi dato lustro e splendore al sito.

L’importanza universale attribuita al solo sito archeologico di età romana, deriva dal mai sopito stupore  per gli eventi naturali che hanno consentito di ricevere questa immensa eredità culturale che è oggi Pompei.

Eppure il territorio era ampiamente frequentato già dal V millennio a.C.: il fiume Sarno, il terreno assai fertile, la presenza del Golfo sono tutti elementi che hanno da sempre favorito la frequentazione di questi luoghi.

Ma è dalla fine del VII sec. a.C. che il già esistente piccolo nucleo abitativo di matrice italica inizia ad assorbire influenze da altre civiltà del Mediterraneo, in particolare dall’area etrusca e da quella greca, le quali caratterizzeranno il suo assetto urbanistico e lo sviluppo culturale e sociale nei secoli a venire.

Proprio da tali testimonianze, risultato dalle indagini archeologiche nel territorio e nel sito della città, è stata pensata e realizzata la mostra “Pompei e i Greci“, promossa dalla Soprintendenza Pompei e organizzata da Electa Editore, visitabile fino al 27 novembre 2017 (info mostrapompeigreci.it).

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L’ingresso della mostra Pompei Greci nella Palestra Grande di Pompei.

Allestita nella Palestra Grande di Pompei, l’esposizione si dirama lungo tutto il corridoio settentrionale dell’edificio. Seicento i reperti in esposizione, suddivisi in 13 sezioni tematiche differenti, ognuna con un cromatismo che rimanda al tema dei reperti esposti, un’alternanza di luce naturale e artificiale, il tutto accompagnato da tre installazioni audiovisive “sensoriali” che accompagnano il visitatore in un viaggio attraverso i secoli, lasciandolo immergere in un contesto storico-antropologico che ha come filo conduttore il Mediterraneo, luogo di scambi ed incontri.

L’installazione vuole mostrare il complesso intreccio di culture mediterranee e di come queste si siano vicendevolmente mescolate: oggetti prodotti in contesti differenti da quelli del rinvenimento, viaggiando hanno mutato il loro significato intrinseco, riadattandosi agli usi e costumi di chi li ha ricevuti, perdendo la loro identità originaria e divenendo nuovo strumento comunicativo.

Fin dalla prima sezione questo scopo è palesemente evidente: nell’unica teca al centro della stanza illuminata dall’alto, spicca una testa di amazzone in marmo bianco proveniente da Ercolano, rivolta verso l’ingresso, come ad accogliere i visitatori; la testa, che conserva ancora la policromia originale della capigliatura, è una copia del I sec. a.C. di un’originale del V sec. a.C., testimonianza indiretta del contatto romano con il mondo greco e della forte influenza che questo ebbe sulla società romana.

Nella stessa teca una corazza di bronzo del VI secolo a.C. proveniente da Olimpia, oggetto che da funzione bellica ha ricevuto una identità sacrale; una hydria in bronzo alta quasi mezzo metro proveniente da Paestum, frutto dell’artigianato magno greco tardo arcaico: da vaso per uso domestico diventa un cimelio a memoria dell’eroe fondatore. Elementi che ci giungono da contesti differenti da quelli di origine, per i quali spesso è anche difficile ricostruirne l’identità primaria e il percorso che li ha condotti nei luoghi del rinvenimento.

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La teca della prima sezione. Alle pareti l’installazione virtuale che ripropone immagini e suoni a tema Grecia e Mediterraneo.

Per ampliare le già elleniche sensazioni, alle pareti, tutto intorno a noi, un allestimento audiovisivo con ricostruzioni virtuali di scene di battaglie su mare, immagini di scudi, uomini in armi, disegnati secondo i canoni stilistici arcaici; fragore di spade che combattono, suono delle onde del mare che si infrangono.
Un tripudio di elementi sensoriali che ci accompagneranno durante tutta la visita.

La sezione successiva si riassetta cronologicamente: un azzurrino rilassante riporta nella realtà il visitatore e prende il via il percorso che ci guida nella ricostruzione dei contesti territoriali precedenti a Pompei.

Già dalla fine del IX secolo a.C., dunque, sono attestati i primi contatti tra le popolazioni italiche e il mondo greco: l’insediamento protostorico di Longola, nell’alta valle del Sarno, circa 10 km ad est della città di Pompei, ha restituito oltre a vasellame e manufatti di produzione locale, alcune ceramiche greche di importazione o di imitazione tardo geometrica del tipo euboico-cicladico.

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Piroga rinvenuta nell’insediamento protostorico di Longola (VIII sec. a.C.).

Come erano avvenuti questi contatti? Nello stesso sito di Longola sono state recuperate due monossili, ossia imbarcazioni fluviali realizzate da un unico tronco di legno di quercia, delle quali quella in esposizione è lunga circa 7 metri.
La tipologia di imbarcazione a fondo piatto era particolarmente adatta a navigare le basse acque del fiume e dunque a raggiungere la costa: qui sono avvenuti i primi contatti commerciali con quelle popolazioni greche che durante le rotte di cabotaggio per raggiungere l’Etruria sostavano in questa zona per approvvigionarsi.

Il rosso è il colore che caratterizza la sezione dedicata alle decorazioni in terracotta provenienti dai santuari di Pompei, Poseidonia, Capua e Metaponto.
Il VI secolo a.C. vede la nascita di numerosi centri urbani. Le aree sacre sono una priorità nella fondazione di una nuova città e a Pompei queste vengono dedicate ad Apollo e ad Atena, le cui caratteristiche decorative sono molto differenti tra loro. Su tutte le terrecotte esposte difatti si intuisce facilmente una comune linea stilistica di matrice greca ispirata di certo alla tradizione, ma ognuna contenente un particolare che la rende unica, attestazione del fatto che le maestranze locali si spingevano oltre, ideando nuovi elementi decorativi.

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Decorazioni in terracotta provenienti dai santuari di Pompei, Poseidonia, Capua e Metaponto (VI sec. a.C.).

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Pezzo forte della sezione, la statua di Zeus proveniente dal santuario meridionale di Poseidonia, in tipico stile arcaico, che conserva le cromie decorative originali (530-520 a.C.).

Incredibile scoprire come l’influenza greca fosse talmente penetrante anche nell’entroterra, tanto da collegare luoghi (all’epoca) molto distanti tra loro. Nel cuore dell’Appennino lucano, a Torre di Satriano, nel VI sec. a.C. un aristocratico locale fece realizzare da maestranze tarantine un edificio sacro alla “moda greca” le cui stesse tipologie decorative, coeve, sono state identificate su un cratere proveniente da Grammichele in Sicilia e su un cinturone in bronzo rinvenuto in una tomba a Noicattaro, nel sud barese.

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Terrecotte provenienti dall’Anaktoron di Torre di Satriano, in Basilicata (VI sec. a.C.). Sul retro di ognuna, una numerazione funzionale alla messa in posa.

Non solo estetica.
Sacro e politica sono sempre andati a braccetto nell’antichità. Gli influssi dal mondo greco furono tanti e tali da influenzare anche questo aspetto della società. Anche Pompei, come tante altre città e insediamenti, rientrò nel giro vorticoso di alleanze e intese tra popolazioni locali e genti provenienti dall’area mediterranea, e come nel mondo greco tali trattati venivano stipulati sempre all’ombra dei grandi santuari.
Una lamina in bronzo rinvenuta ad Olimpia tra materiale di scarico del IV sec. a.C. attesta “un patto di amicizia fedele e senza inganno tra Sibariti e Serdaioi”, popolazione dell’Italia meridionale. Testimoni dell’accordo Zeus, Apollo, la città di Poseidonia e il santuario di Olimpia.

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Lamina in bronzo iscritta, proveniente dal Santuario di Olimpia (550-525 a-C.). Riporta il trattato di alleanza tra Sibariti e Serdaioi: “Si sono accordati i Sibariti e i loro alleati e i Serdaioi per stringere un patto di amicizia fedele e senza inganno, per sempre; testimoni Zeus e Apollo e gli altri dei e la città di Poseidonia”.

La lingua è l’altro fondamentale elemento che caratterizza lo sviluppo delle civiltà: diversi ceppi linguistici in questa fase coesistono tra loro, dando vita ad una società multietnica dove il multilinguismo diventa un passepartout per agevolare traffici e scambi commerciali.
Si scopre dunque, che in zona pompeiana nel VI sec. a.C. era l’etrusco la lingua più utilizzata, l’unica che permetteva di comunicare tra genti di provenienza differente, ed era affiancata dall’osco che nel secolo successivo divenne poi la lingua ufficiale tra le genti italiche. Per la scrittura invece si prediligeva il greco, ed era una pratica abbastanza diffusa: iscrizioni in lingua greca su vasi di ceramica attestanti pratiche religiose e sociali sono state rinvenute in diversi contesti funerari.
La sezione riferita al mondo multietnico dunque, raccoglie tali testimonianze: frammenti ceramici con iscrizioni etrusche provenienti dalle aree santuariali di Pompei e Nola; attestazioni di iscrizioni in greco che  arrivano dalle necropoli di Cuma e Nuceria, da dove provengono anche esemplari con iscrizioni in lingue paleoitaliche. D’effetto le anfore da trasporto etrusche e corinzie provenienti dalla necropoli di Stabiae e sistemate in maniera alternata in una teca centrale.

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Anfore da trasporto etrusche e corinzie, dalla necropoli di Stabiae (VI sec. a.C.)

Una meravigliosa esposizione di corredi funerari provenienti dalla valle del Sinni, in area lucana, con ricchi corredi vascolari, numerosi elementi in bronzo sia per uso domestico sia per fini bellici e splendidi monili personali, attestano l’intensità dei traffici commerciali greci ed etruschi tra il mare Ionio e il Tirreno in età arcaica, e dunque gli intensi rapporti ed influenze tra oriente ed occidente.

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Oggetti di ornamento personale provenienti da una tomba femminile rinvenuta a Chiaromonte, Basilicata (metà VI sec. a.C.)

Con la battaglia di Cuma del 474 a.C. il ruolo degli etruschi nell’Italia meridionale viene ridimensionato notevolmente. A testimonianza della vittoria dei siracusani sugli etruschi, viene esposto un elmo in bronzo strappato ai nemici e donato dal condottiero Ierone a Zeus nel Santuario di Olimpia con tanto di iscrizione di ringraziamento al dio.

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Elmo etrusco dal Santuario di Olimpia (inizi V sec. a.C.)

La fondazione di Neapolis in particolare altera gli equilibri commerciali e militari del Golfo e questo determinerà una riduzione delle attività di Pompei: non è un caso che nella documentazione stratigrafica archeologica siano assenti testimonianze che ricoprono circa una ottantina di anni.

Attraversando l’ottava sezione della mostra, si viene immediatamente attratti da una teca piena zeppa di rinvenimenti provenienti dai fondali del porto di Neapolis, che coprono un arco cronologico che va dalla seconda metà del VI sec. al II sec. a.C.: notevole dunque l’attestazione della importante rete di traffici commerciali che vedeva coinvolta l’area del Golfo.
I rinvenimenti sono sistemati in maniera tale da rendere l’idea del quantitativo smisurato di reperti.

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Le ceramiche esposte e provenienti dai fondali del porto di Neapolis, costituiscono un testimonianza unica per la comprensione delle attività commerciali della città (seconda metà del VI sec. al II sec. a.C.).

All’inizio del IV secolo a.C. la città inizia a rinascere.

Dapprima Alessandro Magno e le sue conquiste; poi  l’espansione di Roma, i trattati e le alleanze, le nuove fondazioni: un grande dinamismo riecheggia nell’area del Mediterraneo e crea grandi trasformazioni a livello culturale, linguistico, architettonico, declinate in decine di modalità differenti per ogni città.

Le imprese mitologiche provenienti dall’oriente si riflettono da subito nelle produzioni vascolari, in una iconografia che perdurerà a lungo. Nella mostra si è scelto di esporre un ricchissimo corredo funerario proveniente da Altamura databile alla seconda metà del IV sec. a.C.; sui resti di un cratere frammentario è stata individuata la famosa scena della battaglia tra Alessandro e Dario III re di Persia, in uno schema equivalente al famoso mosaico rinvenuto nella Casa del Fauno a Pompei.

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Corredo funerario proveniente dallo scavo della cd. Tomba Agip di Altamura, in Puglia

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Il famoso mosaico, il più grande della Casa del Fauno di Pompei, ottenuto con l’impiego di circa un milione di tessere, rappresenta la battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario III nel 333 a.C., che decretò la fine dell’Impero persiano. La notizia della battaglia ha ispirato numerose produzioni artistiche. Conservato presso il Museo Archeologico di Napoli (credit photo: MANN).

Già a partire dalle guerre puniche e con l’intento di Roma di affrontare il proprio dominio nel Mediterraneo, iniziano ad intravedersi le prime avvisaglie di una tendenza ad appropriarsi dell’eredità culturale del mondo greco. Alla conquista di Siracusa del 212 a.C., la città venne saccheggiata di tutte le opere d’arte, dei tesori e delle icone religiose: un enorme bottino, secondo solo alla conquista di Cartagine, che suscitò a Roma grande stupore, ispirando un sentimento di ammirazione verso tali oggetti ritenuti “esotici e ricchi di fascino” che diventarono da subito desiderio dalle classi più abbienti: una minaccia all’identità culturale romana secondo molti.
Pian piano così verrà introdotto, nell’ancora morigerato mondo romano, quello che poi verrà spregevolmente definito asiatica luxuria.

Ritorna dunque la grecità in italia, vista dapprima come una moda, poi come modello da emulare, che suscita in ogni caso un sentimento di collezionismo che si affinerà con il passare dei secoli.

Dalla casa di Giulio Polibio e da quella del Menandro di Pompei giungono eclatanti esempi di tale luxuria, in alcuni casi con oggetti di “antiquariato” sottoposti a modifiche di dubbio gusto, come la statua arcaicizzante in bronzo di Apollo trasformata in un porta lampada o come l’hydria in bronzo, identificata (grazie all’iscrizione su bordo) come uno dei premi per i vincitori dei giochi che si svolgevano nel santuario di Argo in onore di Hera, nella quale è stato praticato un foro sulla pancia, forse per applicarci un rubinetto. E ancora del vasellame in vetro, dei monili di ornamento personale in oro, candelabri, un tavolo in marmo e bronzo.

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Oggetti di ornamento personale in oro, provenienti dalla casa di Giulio Polibio, Pompei (I sec. a.C. – I sec. d.C.).

Con i servizi in argenteria si tocca “l’apice del malcostume” secondo i moralizzatori dell’epoca: in mostra il piccolo ma raffinato servizio rinvenuto a Moregine. Curioso in questo caso il contesto di rinvenimento: gli oggetti sono stati ritrovati nello scarico di una latrina racchiusi in un sacco. Probabilmente il bottino di un furto mai recuperato.

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Parte del servizio del servizio da mensa in argenteria proveniente da Moregine (I sec. a.C. – I sec. d.C.).

La moda del vivere alla greca e comunque del possedere antichità greche nel mondo romano aveva una valore societario non indifferente: attestava l’appartenenza ad una classe sociale di medio-alto rango. La scelta, le eventuali modifiche apportate o gli utilizzi di questi manufatti denotavano anche il gusto estetico e soprattutto la reale comprensione del valore che veniva attribuito al manufatto.

La lingua greca diviene parte di quella latina, ad indicare usi e costumi e non solo: il greco veniva regolarmente insegnato nelle scuole affianco alla lingua latina, al greco si ricorreva nelle occasioni legate al sentimento d’amore o al sesso, così come per indicare documenti giuridici o commerciali. Il bilinguismo era una realtà e divenne indispensabile adottarlo, data l’attestata consuetudine dei viaggi-studio in Grecia per i rampolli delle nobili famiglie, alla scoperta della grecità, considerata come una forma culturale alta al quale ispirarsi ed elevarsi. Salvo poi, per i viaggiatori, raggiungere i luoghi di culto ellenici e non trovare gli originali delle statue di Fidia perché, come ormai consuetudine, prelevate e trasportate a Roma per decorare qualche domus privata.

A causa dunque di questo disagio storico, nasce una nuova pratica: il fenomeno del copismo, per poter  soddisfare la volontà di chiunque avesse voglia di ammirare (o detenere) simili bellezze artistiche. Ed è proprio con alcune di queste splendide copie in marmo di I e II secolo (oggi conservate tutte al MANN) che si conclude il viaggio nella grecità di Pompei: il resto è Roma.

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Statua di Apollo in marmo dalla Casa del Menando di Pompei (I sec. a.C.).

Ma poco prima di concluderlo, abbiamo il tempo di vivere un’ultima esperienza sensoriale, quasi casuale, ma a voler chiudere un viaggio nella storia cominciato con il mare: al termine del corridoio settentrionale della Palestra, svoltando verso l’ultima sezione, attraversiamo la terza e più immersiva installazione virtuale.
Ci si ritrova improvvisamente immersi in un’atmosfera marittima: alle pareti immagini di mare, onde, riflessi di luce nelle profondità marine, suoni che evocano l’acqua, il Mediterraneo. E poi la tranquillità ed il porticato di una domus affacciata sul mare, in un’ambientazione tipicamente mediterranea.

Il nostro percorso dunque è cominciato con il mare e termina con questo stesso elemento, a voler evidenziare che tutte le popolazioni che che sono entrate in contatto in questo viaggio, le vicende storiche che hanno interessato questo lungo arco cronologico e tutto ciò che poi nè è derivato in termini di influenze culturali, scambi commerciali e di sviluppo della società, hanno tutti come unico comune denominatore il Mediterraneo.

Pompei. Il mosaico “Cave Canem” della domus del Poeta Tragico

Uno dei cani più famosi al mondo rischiava di far perdere le proprie tracce per colpa del degrado e dell’incuria. Per fortuna, grazie ad un recente restauro che ha fatto riemergere la celebre scritta “Cave Canem” (Attenti al cane) e ad un nuovo allestimento in vetro che lo protegge ma al tempo stesso non lo nasconde, il cane che sorveglia la domus del Poeta Tragico di Pompei torna a far paura e a mettere in guardia i numerosi visitatori che entrano nella sua dimora (figg. 1a, 1b).

L’intervento, funzionale ad una migliore conservazione e fruizione del prezioso mosaico, permette anche un pieno godimento della domus stessa; è ora, infatti, possibile osservare appieno l’allineamento ingresso-atrio-tablino-peristilio con larario, caratteristico delle abitazioni pompeiane.

Dopo anni di polemiche e di dubbi sulla corretta gestione della salvaguardia di uno dei siti archeologici più importanti al mondo, qualcosa sembra dunque cambiare. Un piccolo passo avanti, che ha portato non solo al restauro del famoso mosaico, ma anche alla pulitura degli affreschi che abbelliscono l’ingresso della Casa del Poeta Tragico (Regio VI, Insula 8, 3-5). Fatto ancora più interessante, le operazioni di restauro sono state eseguite tenendo conto delle esigenze di fruizione del bene, per cui la casa non è mai stata chiusa al pubblico e il mosaico è stato schermato per soli cinque giorni.

Fig. 1a. Pompei. Il celebre mosaico con la scritta CAVE.C AN EM visibile sul pavimento d’ingresso della Casa del Poeta Tragico, prima dei lavori di restauro.

Fig. 1b. Pompei. Particolare del mosaico con la scritta CAVE.C AN EM dopo i lavori di restauro.

Situata lungo via delle Terme, nell’area tra Porta Ercolano e il Foro, questa abitazione (portata alla luce nel 1824) è celebre per la ricchissima decorazione pittorica pertinente all’ultimo periodo dell’arte pompeiana. La domus (come spiegato nel video) deve il suo nome ad uno splendido emblema (riquadro) a mosaico raffigurante la prova teatrale di un coro satiresco (fig. 2), ossia il dietro le quinte di un teatro poco prima dello spettacolo, con alcune maschere poggiate per terra e degli attori che si preparano all’imminente rappresentazione; uno di loro si sta vestendo. C’è anche un maestro del coro con la barba bianca e un musico che prova un doppio flauto. La scena, realizzata con tessere finissime, era situata sul pavimento del tablinum, la stanza posta fra l’atrio e il peristilio, e oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli insieme alla scena pittorica con Admeto e Alcesti e ad altri episodi del ciclo iliaco (fig. 3): rimangono in situ solo quelle dell’oecus (ambiente di soggiorno) raffiguranti Arianna abbandonata da Teseo ed un nido di amorini. Come nell’uso del tempo, la casa era riccamente affrescata, ma negli ultimi tempi le uniche e meravigliose raffigurazioni a soggetto mitologico rischiavano di scomparire a causa dell’incuria e dell’invasività degli agenti atmosferici, per questo sono state quasi tutte trasferite nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN), uno dei più importanti musei al mondo in particolare per la storia di epoca romana.

Fig. 2. Pompei, Casa del Poeta Tragico. Mosaico raffigurante una scena teatrale situato sul pavimento del tablino e oggi conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Fig. 3. Pompei, Casa del Poeta Tragico. Admeto e Alcesti: affresco del I secolo d.C. ora conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Sebbene di modeste dimensioni rispetto ad altre grandiose abitazioni, la domus di Publio Aninio rappresenta una tipica casa pompeiana ‘ad atrio’ e peristilio. La notorietà di questa dimora è dovuta in buona parte allo scrittore E. Bulwer-Lytton che nel 1834 ne fece l’abitazione di Glauco, protagonista del romanzo di grande successo The Last Days of Pompeii. La ricostruzione dell’autore si fondava su una delle prime guide turistiche illustrate di Pompei, edita a Londra nel 1832 ad opera di W. Gell (W. Gell, Pompeiana, London 1832).

L’ingresso dell’abitazione si apre tra due tabernae comunicanti con il vestibolo (figg. 4a, 4b), in cui è il famoso mosaico con un cane alla catena accompagnato dalla celebre scritta CAVE CANEM, tipico di molte abitazioni pompeiane. Nell’antichità era consueto raffigurare il miglior amico dell’uomo sia nei mosaici pavimentali, come nella casa del Poeta Tragico ed in quella del banchiere L. Caecilius Iucundus (Regio V, Insula 1, 26), sia dipingerlo sulle pareti, come Petronio racconta di aver visto fare nella casa del vecchio Trimalcione. L’uso di tenere effettivamente un cane all’ingresso è dimostrato finanche dal calco in gesso di un povero animale, vittima dell’eruzione (fig. 5).

Fig. 4a. Pompei. Ingresso della Casa del Poeta Tragico.

Fig. 4b – Pompei. Casa del Poeta Tragico. Ricostruzione della facciata dell’abitazione.

Fig. 5. Pompei. Calco in gesso realizzato su uno scheletro di cane durante lo scavo della Casa di Orfeo nell’Ottocento. Il cane conserva il collare con il quale era legato ad una catena, che gli impedì la fuga durante l’eruzione del 79 d.C.

L’atrio, con il classico impluvium in marmo, era decorato con grandi pitture parietali a soggetto mitologico, tra cui Zeus ed Hera, Achille e Briseide, di particolare pregio compositivo (figg. 6-8). Intorno si disponevano i cubicula (le stanze da letto) e le alae (ambienti aperti posti simmetricamente sul fondo dell’atrio), anche essi ben decorati.

Fig. 6. Pompei. Atrio della Casa della Poeta Tragico visto dal tablinum con impluvium e pozzo; la vera del pozzo in marmo bianco presenta delle scanalature esterne.

Fig. 7. Pompei. Ricostruzione dell’atrio della Casa del Poeta Tragico visto dall’ingresso.

Fig. 8. Pompei. Affresco delle Nozze di Era e Zeus sul monte Ida situato originariamente nell’atrio della Casa del Poeta Tragico e oggi conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

ll peristilio (il giardino interno) è circondato su tre lati da un piccolo ed elegante colonnato, ove era un’altra celebre pittura, quella raffigurante il sacrificio di Ifigenia – derivata da un quadro del pittore Timante di Citno, vissuto nel V-IV secolo a.C. – e, sul fondo, un larario ossia un tempietto dedicato ai Lari, i protettori della famiglia (fig. 9).

Sul portico si apre un oecus, da cui si accede in tre ambienti, le camere dove dormivano i padroni, la cucina e il famoso triclinium, la sala da pranzo, dove è ancora possibile ammirare gli affreschi di Arianna abbandonata da Teseo nell’isola di Nasso e quello della dea Venere che osserva un nido di Amorini.

Fig. 9. Pompei. Affresco raffigurante il Sacrificio di Ifigenia, ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Ifigenia, figlia di Agamennone, viene portata di peso da Ulisse e Diomede al sacerdote Calcante, pronto a sacrificarla ad Artemide, il cui simulacro è a sinistra sulla colonna. Agamennone, completamente avvolto nel suo mantello, impotente di cambiare il volere degli dei, è racchiuso nel suo dolore. Intanto ecco arrivare dall’alto la dea Diana che salverà Ifigenia sostituendola con una cerva.

Come già asserito, diversamente dagli affreschi sopraindicati, il mosaico con il cane alla catena non costituisce affatto una novità o rarità, come si potrebbe pensare, ma risponde ad una prassi che si ritrova in diverse altre case di facoltosi romani della stessa città vesuviana: uno analogo è stato rinvenuto nella Casa di Paquio Proculo (Regio I, Insula 7, 1) e in quella di Orfeo (Regio VI, Insula 14, 20), ora conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (figg. 10-11). La peculiarità del mosaico appena tornato al suo splendore originario è la presenza del motto “Cave canem”, divenuto proverbiale. L’avvertimento è ricordato anche nelle fonti letterarie, come nel divertente episodio del Satyricon di Petronio, in cui Encolpio, il protagonista, viene spaventato a morte dal grande cane legato alla catena (Ad sinistram enim intrantibus non longe ab ostiarii cella canis ingens, catena vinctus, in pariete erat pictus, superque quadrata littera scriptum “cave canem”), dipinto nella domus del liberto Trimalcione. Tanto è il realismo del manufatto che il povero Encolpio, già a bocca aperta per tutte le meraviglie della stupefacente domus, lo prende per vero ed atterrito cade a terra, rischiando di spezzarsi l’osso del collo tra le crasse risate degli amici ivi presenti (Et collegae quidem mei riserunt).

Fig. 10. Pompei. Particolare del mosaico pavimentale, privo di iscrizione, visibile all’ingresso della Casa di Paquio Proculo, in cui il cane è rappresentato legato presso una porta semi aperta.

Fig. 11. Pompei. Mosaico pavimentale raffigurante un cane rinvenuto nel 1875 nella Casa di Orfeo e ora conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Con il ritorno del famoso mosaico alle sue antiche fattezze, sembra che l’attività di tutela dell’immenso patrimonio storico e artistico della città vesuviana sia finalmente incominciata. Pompei per anni è stata l’immagine perfetta del nostro Paese. Un patrimonio straordinario, amato, celebrato e invidiato da tutto il mondo, ma per decenni lasciato in stato di progressivo abbandono e disinteresse. Solo due anni fa, il sito archeologico era in condizioni pessime, con mosaici cancellati dal tempo, pitture nascoste dalle muffe e giardini devastati dalle erbacce, senza contare gli stucchi caduti dalle pareti e le numerose case in pericolo di crollo. Finanche il simbolo della città, il mosaico del Cave Canem, era ormai quasi scomparso. Le lettere erano illeggibili e molte parti dell’opera rischiavano di andare irrimediabilmente perse.

Il sito archeologico di Pompei ha rischiato di finire nella lista dei luoghi “danger” dell’Unesco per l’incapacità dell’Italia di garantire la conservazione degli scavi. Poi c’è stata una lenta ma autentica inversione di rotta. La nomina di un nuovo soprintendente, Massimo Osanna, proveniente dal mondo universitario, a dimostrazione di quanto sarebbe necessaria e proficua una più stretta collaborazione tra Università e Soprintendenze. La designazione del generale Giovanni Nistri a direttore del “Grande Progetto Pompei“, volto alla riqualificazione del sito archeologico. L’attuazione del Piano di Gestione denominato Unità “Grande Pompei” (UGP), per il rilancio economico-sociale e la riqualificazione ambientale, urbanistica e turistica dei comuni interessati dal piano di gestione del sito Unesco «Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata».

Il sistema ha ripreso a lavorare, il tutto mentre il sito archeologico funzionava normalmente, senza mai chiuderlo a causa dei lavori in corso. E i risultati sono cominciati ad arrivare: riaperture di domus, restauro di affreschi e mosaici, allestimento di mostre di grande valore culturale (Mostra “Pompei e l’Europa. 1748-1943”, Mostra sugli affreschi ritrovati a Murecine dal 1999 al 2002), l’avvio di nuovi progetti di ricerca (Progetto “Pompei per Tutti”: i lavori in corso raccontati al pubblico). Sono stati persino restituiti al pubblico, dopo anni di lavori, la Basilica degli scavi di Pompei e la Palestra Grande, e presentato il programma “Pompei, un’emozione notturna” che prevede passeggiate serali e incontri letterari nell’area archeologica. Tutto bene dunque? Chiaramente no! Condividendo il pensiero di Giuliano Volpe (espresso nel presente articolo), il vero obiettivo per far fronte all’emergenza Pompei e al suo rilancio dovrebbe essere quello di uscire definitivamente dalla logica dell’emergenza e della straordinarietà e passare a quello della manutenzione programmata: l’unica vera rivoluzione di cui Pompei e il nostro Paese ha realmente bisogno! A Pompei è necessario mettere in discussione strutture organizzative ormai vetuste; migliorare la comunicazione con un uso intelligente delle tecnologie; impiegare figure nuove al servizio del sito e del vasto pubblico di visitatori; assumere giovani, ben formati, competenti, capaci di operare in maniera corretta, e non ricorrere ai volontari della cultura senza alcuna formazione universitaria! Il nostro patrimonio richiede esperti, restauratori, studiosi e promotori che sappiano curarlo e rilanciarlo, ma soprattutto servono finanziamenti per avviare tutta una serie di provvedimenti di manutenzione e promozione. L’organizzazione di assemblee sindacali a sorpresa che impediscono l’apertura dei cancelli agli scavi archeologici, con il risultato di lasciare per ore migliaia di turisti in fila sotto il sole, l’assenza di addetti per malattia o per ferie, è un danno inestimabile che rischia di vanificare quei risultati straordinari raggiunti nell’ultimo anno e che hanno rilanciato l’immagine di Pompei nel mondo. E siamo d’accordo con il Ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini nell’affermare che «Chi fa così fa solo del male al proprio Paese».

S. Landriscina

Un’istantanea vecchia quasi duemila anni.

Oggi, 24 agosto, ricorre l’anniversario del più terribile evento naturale documentato della storia antica: l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Recentemente sembra che la stagione dell’eruzione sia errata e sia da spostare in autunno in base ad una serie di scoperte e approfondimenti recenti (come spiegato in questo video da Alberto Angela). In ogni caso, mese più, mese meno, sono sempre trascorsi quasi due millenni.

La magnificenza dell’orrore generato da tale evento ancora oggi affascina il mondo intero. Grande cordoglio per i cittadini di Pompei, Ercolano, Stabiae, Olplontis e Boscoverde e tutto l’hinterland vesuviano (una prece), ma senza questo terribile evento, oggi probabilmente ne sapremmo molto meno sulla vita quotidiana, usi e costumi degli antichi romani.

“Vesuvius 79 AD eruption Latina” di MapMaster – Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Si, perché la fortuna di tale evento è quello di aver sigillato un istante di una giornata qualunque di comuni centri urbani dominati dalla Roma imperiale, all’apice del suo splendore. Tale evento è unico al mondo e la curiosità attira ogni anno decine di migliaia di turisti. Una delle attrattive principali, inusuale in qualsiasi sito archeologico, sono certamente le centinaia di calchi degli individui e degli animali defunti, realizzati colando del gesso nelle cavità lasciate dai corpi decomposti sotto gli strati di crosta e cenere indurita.

 

 

Tali calchi sono un ulteriore fermo immagine degli ultimi istanti di vita dei cittadini, quasi tutti deceduti in seguito alle emissioni di gas nocivi che l’eruzione ha disperso nell’aria, i cui corpi furono poi ricoperti dalla lava incandescente. Le espressioni dei volti, o la posizione rannicchiata dei corpi trasmettono la sensazione di orrore e paura che precedettero il decesso. Questa tecnica viene utilizzata solo a Pompei, mentre ad Ercolano, a causa della diversa natura del materiale che ricoprì la città, è possibile solo il recupero dei resti ossei.

POMPEIcampania

Calco in gesso di un cane rinvenuto nella Casa di Orfeo, Pompei, 79 dC. © Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei (dalla mostra “Life and death in Pompeii and Herculaneum” al British Museum di Londra, 2013).

Una ulteriore fortuna per gli studiosi, è stata anche quella del racconto minuzioso che Plinio il Giovane rimasto a Miseno, superstite casuale e testimone oculare di tale evento, trasmette allo storico Tacito in due lettere (qui la prima e qui la seconda, per chi abbia voglia di leggerle).

La storia degli scavi di Pompei, Ercolano, Stabiae ed Oplontis, prende avvio alla fine del ‘700: si trattò di indagini molto travagliate, confuse e per nulla sistematiche. In tale periodo storico si prediligeva il recupero dell’oggetto prezioso, piuttosto che lo studio del contesto urbano. Quindi statue, monete, oggetti preziosi di qualunque tipologia finivano per arricchire le collezioni private.

Ad oggi, nonostante negli ultimi anni siano state condotte indagini archeologiche scientifiche e sistematiche, nonostante la grande notorietà del sito, sia a livello scientifico che turistico, è ben noto quali siano le tristi condizioni di “salute” di Pompei (sulle quali evitiamo di soffermarci ma rimandiamo volentieri a questo link).

C’è ancora molto da scoprire, sia a Pompei che ad Ercolano: qui sono stati riportati alla luce solamente quattro dei venti ettari totali sui quali si estendeva la città. Stessa cosa per Stabiae, la quale, al contrario delle grandi città di Ercolano e Pompei, era un piccolo centro turistico, dove numerose erano le lussuose ville realizzate, decorate e arredate con oggetti di grande valore. L’area archeologica di Oplontis è situata al centro della città moderna di Torre Annunziata.

Tra le risorse on-line, segnaliamo il sito web del MAV (Museo Archeologico Virtuale) nei pressi di Ercolano, che si avvale delle ultime tecnologie digitali per le fedeli ricostruzioni in 3D che consentono di scoprire le realtà storiche prima e durante l’eruzione del Vesuvio. Interessanti sono anche le inziative della Fondazione RAS (Restoring Ancient Stabiae), creata a Washington, in un progetto di cooperazione con l’Italia, per la realizzazione di un parco archeologico sul sito dell’antica Stabia. Per Pompei invece, segnaliamo un’ottima app audioguida per iPhone e Android (purtroppo a pagamento, ma garantiamo che ne vale la pena) “Pompei – Un giorno nel passato“, notevole perchè utilizzabile anche off-line (quindi comodamente da casa).

Vasta anche la produzione video sulla violenza della devastazione del vulcano, con ricostruzioni più o meno ben fatte (su Youtube ce n’è a sufficienza da restare davanti allo schermo per un giorno intero, ma anche due).
Segnaliamo (giusto per dovere) un movie del 2014, produzione USA. Gli americani, campioni di finzioni cinematografiche, non potevano lasciarsi sfuggire l’occasione di ricostruire un evento realmente accaduto, senza dimenticarsi di inserire la storiella amorosa consumata sotto una pioggia di lapilli, cenere e tra gli edifici in fiamme (perchè l’amore vince su tutto, anche sul vulcano). Il filmone, intitolato Pompei e diretto da Paul W.S. Anderson, da recensioni americane, ma anche italiane, è stato un grande e glorioso pasticcio. De gustibus.

In ultimo, un video in 3d che mostra le fasi di quel fatidico 24 agosto del 79 d.C.


(G. Cal.)