Aquinum nello storico Palazzo della Cancelleria

Giovedì 27 aprile 2017 presso la Pontificia Accademia Romana di Archeologia a Roma, David Nonnis, Carlo Molle e Giuseppe Ceraudo presenteranno “L’iscrizione musiva di M. Veccius M. f. nelle terme centrali di Aquinum“, dichiarata la scoperta più eclatante della campagna di scavi 2016.
L’appuntamento è alle ore 17.00 nella Sala dei Cento Giorni del Palazzo della Cancelleria.

Info –> http://www.pont-ara.org

14479652_551975761657980_1253657793552267859_n

Roma e la cultura delle acque

Gli acquedotti sono tra le opere più imponenti e significative di tutta l’epoca romana. Con essi si arrivò ad una vera e propria cultura del trasporto delle acque, un sistema idrico tecnologicamente sofisticato unico nel mondo antico. In tutto il territorio dell’impero ne furono costruiti oltre duecento e solo a Roma ne esistevano ben undici. Alla fine del I secolo d.C. la tecnologia portò Roma ad immagazzinare quasi un milione di metri cubi di acqua potabile che giungeva ogni giorno in città, quasi mille litri per abitante.

Queste imponenti strutture provvedevano al fabbisogno di tantissimi impianti pubblici, come le terme, i bagni, le fontane, addirittura due stadi per le battaglie navali. L’acqua era un bene di proprietà statale ad uso pubblico, che su concessione speciale dell’imperatore o con il pagamento di una tassa specifica, poteva essere utilizzata per rifornire case private. Grazie al lavoro degli ingegneri che resero possibile questa abbondanza, Roma venne definita Regina Aquarum (“regina delle acque”). Alle origini della città, l’acqua del Tevere era quella utilizzata dagli abitanti, oppure quella presa da pozzi scavati all’interno delle mura cittadine. L’aumento della popolazione richiese fortemente la ricerca di nuove sorgenti nei dintorni della città: fu così costruito il primo acquedotto, realizzato da Appio Claudio nel 312 a.C. Le fasi della costruzione dell’acquedotto consistevano nello stabilire il percorso relativo, segnare il profilo del terreno su una mappa che ne riportava elementi di dislivello, lavoro riservato ai tecnici che utilizzavano il coròbate, uno strumento di legno simile alla nostra livella ma più grande. L’esatta posizione orizzontale era quando i fili a piombo attaccati al suo ripiano di legno pendevano in modo parallelo alle gambe e quando l’acqua che colmava una vaschetta scavata sul ripiano non debordava. Ottenendo il vero profilo del terreno, gli ingegneri stabilivano se appoggiare le condotte al livello del suolo, se farle passare sotto, oppure elevarle di alcuni metri.

Gli acquedotti prendevano l’acqua da varie sorgenti naturali situate anche a lunga distanza dalla città e la trasportavano per molti chilometri. Per garantire lo scorrere dell’acqua, venivano costruiti con un’inclinazione del 25% (un metro di pendenza per ogni chilometro). Alla sorgente venivano costruiti grandi serbatoi per creare la pressione necessaria e per assicurare la continuità del flusso. Per limitare la presenza di impurità, si usavano vasche di depurazione, in cui la velocità dell’acqua risultava molto più lenta permettendo al fango e alle altre scorie di depositarsi.

Per superare grandi ostacoli naturali, come fiumi o vallate, il canale veniva fatto passare generalmente su lunghi ponti a due o tre arcate in pietra o mattoni (talvolta sulle arcate del primo livello vi era anche una strada permettendo una doppia funzione). Il percorso dell’acquedotto poteva a volte rendere necessaria un’opera delicatissima, come la realizzazione di una galleria attraverso la collina: ogni 20 metri circa un pozzo verticale congiungeva la sommità della collina all’acquedotto fornendo aria agli operai all’interno e utile allo smaltimento della terra di scavo. Mantenendo la pendenza giusta, l’acqua scorreva in un canale di pietra, coperto da uno strato impermeabile.

Era facile incontrare diversi acquedotti che arrivavano in città seguendo un percorso molto simile: l’acqua scorreva in canali separati dello stesso viadotto e, arrivando al centro di Roma, veniva raccolta nel castellum aquae, una sorta di serbatoio, dove veniva depurata e distribuita agli impianti pubblici che doveva rifornire.

Oggi i ruderi di molti di questi impianti sono ancora visibili all’interno e intorno alla città: il Parco degli Acquedotti, 280 ettari nel Parco Regionale dell’Appia Antica ospita, oltre a due ville imperiali, molte imponenti testimonianze di queste strutture rivoluzionarie, come l’Acquedotto Claudio.

Gli acquedotti di Roma:

Acqua Appia (312 a.C.)  Il più antico, lungo circa 16 Km in buona parte sotterraneo. L’acqua, proveniente da sorgenti sulla Prenestina, entrava in città a Porta Maggiore, si dirigeva verso l’Aventino, passando su arcate che si appoggiavano alla Porta Capena. Aveva una portata di 75.000 metri cubi al giorno.

Anio Vetus (272 a.C.) Dal fiume Aniene, lungo 64 Km, forniva 175.000 metri cubi giornalieri d’acqua. Entrava a Roma a Porta Maggiore in direzione Esquilino con condotto sotterraneo.

Acqua Marcia (144 a.C.) Lungo 91 km, 189.000 metri cubi giornalieri d’acqua. Dalle sorgenti nella valle dell’Aniene fino al Campidoglio, mediante percorso misto sotterraneo e sopraelevato con arcate. Si sovrapponevano ad esso gli acquedotti Tepula e Julia (la sovrapposizione è visibile a Porta Maggiore).

Acqua Tepula (125 a.C.) Nascente dai Colli Albani, aveva una portata di 18.000 metri cubi al giorno. Il nome deriva dalla particolare temperatura calda dell’acqua.

Acqua Julia (33 a.C.) Proveniente dalla Tuscolana, era lungo 22 Km e forniva ogni giorno 48.000 metri cubi d’acqua.

Acqua Virgo (19 a.C.) Lungo 20 Km, forniva 100.000 metri cubi giornalieri d’acqua e nasceva dai Colli Albani, con percorso quasi interamente sotterraneo fino alla al Pincio. Attraverso un percorso sopraelevato, raggiungeva il cuore della città. Nel 1453 furono operati diversi lavori di restauro, tanto che ancora oggi alimenta la Fontana di Trevi, la fontana della Barcaccia in piazza di Spagna e la fontana dei Fiumi a piazza Navona.

Acqua Alsietina (2 a.C.) Lungo 35 Km, ogni giorno portava 15.000 metri cubi di acqua non potabile destinata alla Naumachia (battaglie navali) eretta da Augusto a Trastevere. Alimentato dal lago di Martignano, raggiungeva il Gianicolo.

Acqua Claudia (38-52 d.C.) L’acquedotto più imponente: lungo 70 Km, 16 dei quali su grandi arcate, forniva 185.000 metri cubi d’acqua ogni giorno. Dalla valle dell’Aniene, il suo percorso si incrociava con quello dell’Anio Vetus e dell’Acqua Marcia. Porta Maggiore a Roma rappresenta il suo doppio arco monumentale. L’imperatore Nerone ne fece costruire una derivazione al fine di alimentare il laghetto all’interno della Domus Aurea.

Anio Novus (38-52 d.C.) Oltre 86 Km, forniva 190.000 metri cubi giornalieri d’acqua. Il suo percorso era per buona parte comune a quello dell’acquedotto Claudio.

Acqua Traiana (109 d.C.) 32 Km di lunghezza, alimentato dal lago di Bracciano, riforniva in particolare le terme di Traiano.

Acqua Alexandrina (226 d.C.) L’ultimo acquedotto di Roma in ordine cronologico, costruito da Alessandro Severo, serviva ad alimentare le terme Alessandrine, ricavate da quelle neroniane in Campo Marzio. Le sue sorgenti si trovavano nella zona di Pantano Borghese, con percorso sopraelevato su strutture ad archi lungo la via Prenestina e la Labicana. Entrava in città nei pressi di Porta Maggiore.

[via Capitolivm.it ©CapitolivmSJ]

Vespasiano, un imperatore venuto dalla campagna

Come da ben 1946 anni, oggi, primo luglio, ricorre l’anniversario della proclamazione di Titus Flavius Vespasianus a imperatore di Roma, che governò nel decennio fra il 69 e il 79 d.C. col nome di Caesar Vespasianus Augustus. Fondatore della dinastia flavia, fu il quarto a salire al trono nel 69 d.C. (l’anno dei quattro imperatori) ponendo fine a un periodo d’instabilità seguito alla morte di Nerone.

Busto di Tito Flavio Vespasiano

Figlio di Tito Flavio Sabino e di Vespasia Polla, Tito Flavio Vespasiano, meglio conosciuto come Vespasiano, nacque in Sabina presso l’antico Vicus Phalacrinae, corrispondente all’odierna Cittareale, il 17 novembre 9. La sua famiglia aveva origini contadine e lui stesso aveva aspetto agreste, ma non si vergognò mai della sua estrazione ne tanto meno del suo soprannome «il mulattiere». Vespasiano era fiero dei suoi umili natali e rideva degli adulatori che volevano far discendere da Ercole. Educato in campagna, vicino al vicus di Cosa, sotto la guida della nonna paterna (chissà se anche lei avrà mai usato il battipanni o il cucchiaio di legno per farsi obbedire), all’età di ventisette anni (36-37 d.C.) sposò Flavia Domitilla da cui ebbe tre figli: Tito e Domiziano, in seguito imperatori, e Flavia Domitilla minore. La moglie e la figlia morirono entrambe prima che diventasse princeps. Tuttavia, Svetonio (Vita di Vespasiano, 3) racconta come dopo la morte della moglie Domitilla, Vespasiano non si perse certo d’animo, tanto da unirsi a Caenis, liberta di Antonia, madre dell’imperatore Claudio, che già prima aveva amata e che, quando divenne imperatore, egli considerò quasi come legittima moglie. Antonia Caenis, dapprima amante e poi concubina dopo la morte di Domitilla, ebbe una forte influenza su Vespasiano e accumulò ingenti fortune attraverso i doni offerti da coloro che tentavano così di guadagnare i favori dell’imperatore. Ma nonostante venisse considerata dall’imperatore alla stregua di una moglie legittima, Svetonio narra un episodio in cui Domiziano, il figlio secondogenito di Vespasiano, la trattò con disprezzo, porgendole la mano da baciare. Tra doveri e piacevoli distrazioni, Vespasiano ricoperse le più alte cariche sotto Caligola (fu edile e pretore) e Claudio (fu legato della legio II Augusta sul Reno e in Britannia, dove riportò notevoli vittorie); alla morte di Nerone (68 d.C.) si trovava invece in Giudea, col compito di reprimere la rivolta e sottomettere la regione. Nel 69 d.C. Vespasiano fu acclamato imperatore contro il regnante Vitellio dalle sue stesse legioni e nel dicembre dello stesso anno, anche se non era presente, il Senato ratificò la sua elezione, proclamando Vespasiano imperatore e console con il figlio Tito, mentre il secondogenito Domiziano veniva eletto pretore con potere consolare. Giunto a Roma nella primavera del 70 d.C., Vespasiano dedicò fin dall’inizio ogni sua energia a sanare i danni causati dalla guerra civile. Durante il suo regno, seguito al biennio 68-69, nel quale si erano succeduti sul trono di Roma ben cinque imperatori, Vespasiano riuscì a riportare nell’Impero l’equilibrio politico, economico e sociale, realizzando una revisione del catasto e prendendo provvedimenti in favore delle province. Restaurò la disciplina nell’esercito che sotto Vitellio era stata trascurata, e con la collaborazione del senato, riportò il governo e le finanze su solide basi. Senza nulla togliere ai nostri ultimi governi, chiese la riscossione delle imposte non pagate sotto Galba, introducendone poi di nuove e ancora più gravose; aumentò i tributi delle province, anche raddoppiandoli in alcuni casi; ebbe nel complesso un occhio attento sulle finanze pubbliche a causa dell’immensa povertà in cui versava sia il fiscus sia l’aerarium. Celebre è l’aneddoto secondo cui egli mise una tassa persino sugli orinatoi (gabinetti pubblici, che da allora vengono chiamati anche vespasiani). Rimproverato dal figlio Tito, che riteneva la cosa sconveniente, gli mise sotto il naso il primo danaro ricavato, chiedendogli se l’odore gli dava fastidio; e dopo che questi gli rispose di no, aggiunse pure «pecunia non olet» ovvero «il denaro non ha odore», quale che ne sia la provenienza. Attraverso l’esempio della sua semplicità di vita, mise alla berlina il lusso e la stravaganza dei nobili romani e iniziò sotto molti aspetti un marcato miglioramento del tono generale della società. Come censore (nel 73 d.C. ) riformò il Senato e l’ordine equestre, rimuovendone i membri inadatti e indegni e promuovendo uomini abili e onesti, sia tra gli Italici sia tra i provinciali (politici prendete esempio!!!). E poiché la lussuria e la libidine si erano largamente diffusi in questo periodo, decretò schiava la donna libera che si fosse concessa ad uno schiavo di altri; decretò che i crediti degli usurai non potessero essere riscossi presso i figli dei debitori; annullò le leggi di Nerone relative al tradimento coniugale; multò pesantemente coloro che sporcavano fuori dei contenitori di rifiuti posti agli angoli delle vie. Infine, emanò la Lex de imperio Vespasiani, per cui egli e gli imperatori successivi governeranno in base alla legittimazione giuridica e non in base a poteri divini come i Giulio-Claudii. Importanti furono anche i suoi interventi urbanistici nella città di Roma: ricostruì il tempio di Giove Capitolino, dando lui stesso una mano a rimuovere le macerie e trasportandole personalmente in spalla; in questa circostanza fece ricostruire le tremila tavole di bronzo distrutte dall’incendio, nelle quali erano documenti antichissimi e di grande importanza; iniziò la costruzione di un nuovo foro, il terzo dopo quelli di Cesare e Augusto, con annesso un tempio dedicato alla Pace, decorato con le statue raccolte da Nerone in Grecia e in Asia Minore, antichi capolavori di pittura e di scultura, oltre che con la suppellettile d’oro presa nel tempio dei Giudei; portò a termine sul Celio il tempio del Divo Claudio, iniziato da Agrippina ma quasi interamente distrutto da Nerone; dispose la costruzione con relativa tassazione di numerosi orinatoi, i c.d. “vespasiani”; realizzò, infine, un monumentale anfiteatro, il Colosseo, simbolo ancora oggi dell’antica Roma. Vespasiano fu anche un profondo amante della cultura, favorendo gli ingegni e le arti. Egli fu, infatti, il primo imperatore a stanziare una somma di centomila sesterzi all’anno a favore di retori greci e latini. Versò numerosi congiaria ai poeti più importanti, ai migliori artigiani, come quello che restaurò la Venere di Coo e il Colosso di Nerone. E durante il suo regno fu scritta la grande opera di Plinio il Vecchio, Naturalis historia, dedicata a suo figlio Tito. Dotato di una spiccata ironia, Vespasiano fu capace di scherzare anche nei suoi ultimi momenti di vita. Ad aggravare il suo stato di salute sembra sia stata un’indigestione causata da una quantità eccessiva di acqua ghiacciata. Sentendosi morire per un improvviso attacco di dissenteria, sembra abbia esclamato: «un imperatore deve morire in piedi». E mentre tentava di alzarsi, spirò tra le braccia di chi lo stava aiutando, il 23 giugno del 79, all’età di sessantanove anni. Morì nella sua villa presso le terme di Cotilia, in provincia di Rieti, dove ogni anno era solito trascorrere la bella stagione. Verrà divinizzato, in seguito, dal figlio primogenito Tito, rimasto unico imperatore. Lo storico Tacito (Annales, III, 55.4) di Vespasiano scrisse: «[…] era dotato di tali severi costumi, da esserne considerato l’iniziatore, egli stesso uomo per educazione e per modo di vivere simile agli antichi». Svetonio (Vita di Vespasiano, 8) lo descrive come un uomo giusto, onesto, molto legato alle sue origini familiari, con il solo difetto di essere avido di denaro: «[…] durante tutto il periodo in cui fu imperatore, dedicò il suo tempo, per prima cosa, a rinforzare la res publica indebolita e che vacillava, per poi migliorarla». Tuttavia, l’avarizia con cui l’autore latino rimprovera Vespasiano, sembra essere stata in realtà una illuminata economia, che, nello stato disordinato delle finanze di Roma, era una necessità assoluta. Sempre Svetonio (Vita di Vespasiano, 2) ricorda come Vespasiano fosse molto legato alla nonna paterna, al punto che spesso faceva ritorno alla villa dove era cresciuto nei pressi di Cosa: «Aveva una tale venerazione per la memoria della nonna che durante le festività romane continuò sempre a bere nel suo piccolo bicchiere d’argento». Aggiunge ancora Svetonio (Vita di Vespasiano, 12, 14-15, 20-22): «[…] dall’inizio del suo principato fino alla morte, fu clemente e si comportò come un normale cittadino privato; non cercando mai di nascondere le proprie mediocri origini, né quelle della sua passata condizione, al contrario se ne vantò spesso. […] Era poi di corporatura tarchiata, con le membra robuste e ferme, il volto quasi contratto in uno sforzo. […] Non sono ricordati [di Vespasiano] né inimicizie né offese, per nulla portato a vendicarsene, fece maritare in modo splendido la figlia del suo nemico Vitellio, donandole una dote ed arredandole la casa. […] Egli fu tanto lontano dal lasciarsi spingere a rovinare qualcuno per il solo sospetto o la paura. […] Vespasiano non si rallegrò mai per l’uccisione di alcuno, al contrario pianse e si lamentò per le giuste condanne. […] Tutto sommato godette di buona salute, accontentandosi di mantenerla con massaggi regolari a tutto il corpo, stando a digiuno un giorno al mese. Era poi sua abitudine svegliarsi molto presto, leggere lettere e rapporti di tutti i suoi funzionari, ricevere amici, vestirsi da solo, fare una passeggiata in lettiga, riposare con una delle tante concubine, che dopo la morte di Caenis, ne avevano preso il posto. […] Durante la cena, come in ogni altra occasione, era molto socievole ed aveva spesso battute molto spiritose, anche se scurrili e volgari, utilizzando anche parole oscene». Sembra che Vespasiano non fosse un eccellente soldato, come il figlio Tito, ma dimostrò forza di carattere e abilità, ebbe un continuo desiderio di stabilire ordine e sicurezza sociale per i suoi sudditi. Fu puntuale e regolare nelle sue abitudini, occupandosi dei suoi uffici la mattina di buon’ora e godendosi poi il riposo. Temprato dal rigore dei legionari, di fatto non fu incline ad alcuna forma di vizio. Forse non ebbe le caratteristiche attese di un imperatore della precedente dinastia giulio-claudia, ma fu apprezzato da tutti, sia dalla plebe sia dal patriziato senatorio. Vespasiano fu dunque il fautore di una rinascita economica e sociale in tutto l’Impero che godette, grazie al suo governo, di una pax rimasta proverbiale. Di fatto per questo fu uno degli imperatori più amati della storia romana.

S. Landriscina